venerdì 30 gennaio 2015

Esercitazione Prof.Bruni


La ragazza nella foto è una grande fan di Madonna e il suo tatuaggio ne è la prova. Anche i suoi amici sono dei grandi fan di Madonna, e grazie ad internet ne ha incontrati molti altri.
Ora hanno deciso di farsi finanziare un libro fotografico tramite kickstarter.com per poter condividere la loro passione.
Sono al 59% ed hanno solo 70 ore per completare il progetto.

Che tu sia un fan di Madonna o meno dovrai ammettere che tutto ciò sta per diventare un fatto reale.

Roberto Nunziata - A019

domenica 5 ottobre 2014

M@kers vs Customers

"Se esiste non mi basta" 
sublimazione romantica del desiderio è l'essere lontano e irraggiungibile. Cosa accadrebbe se invece ciò che desideri fosse possibile solo con un po' di impegno e curiosità?

I makers non cercano scuse.
Escono presto di casa, da scuola, dal pub e lo fanno. Non perdono tempo al bar della stazione, in attesa del treno buttano giù due righe di codice Android o meglio direttamente in C.

I m@kers non entrano dalla porta.
Se c'è una porta di servizio basta fare il Plug-in e aggiornare la biblioteca, quante cose puoi fare con un nuovo firmware!

M@kers don't sleep.
Per questo possono permettersi di offrire tutto questo a costo zero:


 Cucina scomponibile
 Fashion occhialeria
con elementi
componibili e scalabili
 Fashion, borse e scarpe in PVC, carbonio o legno

 Plc systems Arduino compatibili 
che usano bluetooth e software modulare android
Internet of things per la governance
e la stampa 3d

giovedì 25 luglio 2013

Del 'Guerrilla Artist' e altri mutanti sociali.

Courtesy, Instagram


Italia, 41° parallelo, luglio 2013 e c'è il sole. 
Riflessi, sui miei occhiali nero-specchiato, gli strobo di una piscina azzurro-blu e il bikini con inserti oro della Miss esclusa, in più le palme e i rigogliosi rosmarini illuminati dal colore della bella stagione; mi ritrovo qui, come ogni anno, all'ombra dell'ombrellone CocaCola a decidere tra il Cucciolone della mia infanzia e il Magnum della mia seconda pubertà. 
E' una scelta che pondero sempre con la massima attenzione e in cui non mi faccio guidare da un unico 'driver' (fame, sete, gola, prezzo, immagine) ma da tutti questi fattori combinati  insieme con un tocco di nuovo: la noia - che per fortuna considero solo da poco. Così mentre provo a chiedere alla vicina d'ombrellone la settimana enigmistica o in alternativa la possibilità di unire con un pennarello rosso i puntini sparsi sul suo costumino a pois, mi rammarico di nuovo della mia anacronistica mancanza: non avere lo smartphone. 
A quest'ora potrei essere qui a spassarmela on line  con quell'amico che pubblica reportage di intimo dalla sua 'postazione mobile' sulla spiaggia di Benidorm, aspettando di digerire il Maxibon di prima, terribile compromesso giovanilistico, o ancora meglio potrei messaggiare con la tipa che ha fatto del sua gonna a fiori un elemento di design grazie 12designers. 
Potrei, potrei. 
Vorrei chiedere, piuttosto, all'amazzone sdraiata qui accanto se le andrebbe di posare per un paio di foto da mandare a due amici londinesi, miei  e dell'arte, che ho da anni in rubrica sotto la lettera 's' (Saatchi & Saatchi) o più semplicemente se riesce a immaginare come starebbero le sue meches con un filtro toaster di Instagram. Vorrei, ma non posso, per il motivo di prima e quindi mi limiterò a sfogliare il libro tascabile che ho portato con me, senza cavetti né custodie antischizzo.

Mi accorgo però che non si può scrivere su un blog online aspettando di tornare a casa e riaccendere un Pc assemblato nel 2003, in cui resistono transistor che si possono considerare eterni al confronto con ogni produzione post 2000. Non tutti sanno, infatti, che per colpa della la strizza globale del 'millennium bug' oggi nessun produttore informatico si azzarderebbe a fare un prodotto che funzioni per più di dieci anni 'vai a vedere che...' dovessero incanalarsi tre cifre uguali sul display si materializzerebbe Doc con tanto di fulmini a ciel sereno e orologi che girano al contrario. Ok, direte voi, almeno l'invasione delle auto americane come la Dmc è esclusa visto il casino di Detroit, ma tutto il resto ve lo meritate pienamente voi tecnomaniaci, eccome.

Sono alla quinta pagina del libro e mi accorgo che, malgrado i 20 euro spesi tra ingresso, sdraio e gelato sto leggendo dei versi che mi portano 
lontano dalla mia piscina, piccola fonte di freschezza e di vitalità meridionale e collinare. Devo contestualizzare e fare come quel movimento artistico nato su Pinterest
 che dal taglio del soggetto all'associazione d'idee che riesce a evocare in uno scatto ben fatto sembra aver assorbito tutto ciò che hanno scritto 
di fotografia Ritchin e Barthes. Interpreto, allora, l'assenza nel mio zaino di una reflex wi-fi o di un iPhone come una precisa scelta di campo,
quella dell'egoismo della fruizione artistica, che sfocia persino nell'esercizio consapevole della disinformazione degli altri sui cavoli miei.
Starò qui tutta l'estate a godermela al sole senza che voi possiate invidiarmi o godere con me.
Questi non sono artisti né sono social-tipi, forse sono solo i fotogiornalisti moderni (quelli tradizionali, tra cui un premio Pulitzer, sono già stati tutti licenziati dal Chicago Sun-Time); sono i nuovi occhi del mondo, scevri da ogni appartenenza ideologica, valoriale e a volte anche tristemente
culturale, che volenti o nolenti ci raccontano il mondo come farebbero gli ospiti immaginari di Emily Dickinson:

Un ospite veloce, senza piedi,
cui offrire una sedia era impossibile
come invitare l'aria
ad accomodarsi sul sofà. 

lunedì 27 maggio 2013

L'arte di smontare le cose (3)

- racconto -




"Oh my..."
Silenzio.
Hope aveva rotto un altro bicchiere.
Inevitabilmente.

Non succede spesso a chi si destreggia con sicurezza tra la cucina il tinello di far così tanti danni quanti ne aveva causati Hope dal suo arrivo a casa Giacomelli. Un danno trascurabile se non fosse stato per la maniacale precisione e correttezza con cui trattava le cose. L'integerrimo Hope che non rompe i bicchieri, che lava i piatti dopo ogni pasto, che piega i vestiti per offrirli all'armadio, che restituisce le case intonse a chi gliele affida. Riposti in un cassetto scomodo e inaccessibile i residui del senso di colpa e la scoperta di una nuova imperfezione, trovò il tempo di passare la scopa sul pavimento della veranda e di riporre residui nel cestino.
"Duralex" lesse sul fondo del bicchiere "sed lex" continuò "se qualcosa cade a terra si rompe e questo è inevitabile".
Il flusso di coscienza fu interrotto da un incedere sostenuto lungo il vialetto sottostante e una voce si affacciò dal basso della veranda illuminata.
"Bo'nasera. Come và? V'ho portato le ciliegie... 'n ce l'avete queste a casa vostra!" e una risata a metà tra il cordiale e lo sfottò.
"Buonasera" rispose Hope ancor prima d'affacciarsi.
Appoggiò le mani sulla balaustra e guardò in basso, tre metri più sotto un cesto di ciliegie dalla capienza di diversi chili, cinquanta centimetri più in basso una faccia tonda e sorridente e due guance rosse. Un omaccione panzuto e sporco, ridanciano dio bucolico e forte, gli sorrideva e le ciliegie poste sul capo s'agitavano come biglie.
"Venga sù. Le offro un caffè per ringraziarla" e scrutando il libro sbiadito sulla sdraio nell'angolo del balcone si fece forza e aggiunse
"magari".

L'alito di Bruno era una cantina. A fine giornata aveva introdotto probabilmente un gallone di vino e gassosa, essendo giugno inoltrato; in un altro periodo dell'anno gli si poteva anche scontare qualche bottiglia di gassosa.
"Mia moglie m'ha detto che oggi siete stato al bar" disse Bruno appena accomodatosi. Hope annuì e gli passò lo cherry attraversando il tavolo.
"Grazie, e quindi anche suo figlio Marco" aggiunse.
"Good guy, ehm.... bravo ragazzo. Era con gli amici di scuola".
"L'ultimo giorno. Per fortuna è finita e da domani mi aiuterà un poco al campo. E' un bambino educato e intelligente, ma non ha voglia di stare fuori casa".
"E' normale che alla sua età preferisca conoscere il mondo sui banchi, attraverso i libri, piuttosto che stare con lei in un posto che conosce già".
"E' un ragazzo troppo intelligente. Il mondo se lo mangerà se non s'impratichisce un po'".
"Si chiama curiosità..." replicò Hope.
"Sarà" sospirando Bruno girò gli occhi sorridenti e aggiunse "dovrebbe vedere che lavoro ha fatto alla falciatrice. Quando dico che è uno che merita, non lo dico perchè è mio figlio, lo dico perchè è un genio. Ci sa fare ci motori e pure coi fili elettrici. Ho girato senza faro per più di un anno prima che si degnasse di darmi una mano. Gli ho detto di farlo e l'ha riparato in un pomeriggio".
Hope lo guardò sorpreso e assaggiò un'altra ciliegia, dopotutto le prime quattro servivano solo ad ingannare l'imbarazzo di avere un ospite inatteso.
"Sono ben altri i motivi per cui lamentarsi di un giovanotto come lui. Mi creda sono un insegnante." pensò ai giovani simpatizzanti dei Red Devils e come a 15 anni sapessero usare un coltello a farfalla, far volare insulti razzisti, testare anfibi e tirare un calcio sul ginocchio del compagno più grosso. Colpa dello cherry, forse, ma li ricordava come dei Mr. Hyde della domenica, un branco di piranha pronti a sbranare il prossimo per una fede diversa. Stava volando troppo alto, approssimandosi a quei garage con le serrande arrugginite fucine di hooligans, mentre il panorama mite che si dipanava al suo sguardo era formato da lucciole idilliache e qualche trota al massimo, nel fiume a valle.
La notte si avvicinava lieve al suo culmine stellato e il viso di Bruno risplendeva come una seconda luna, assorto nella brezza, tra un alito di vento e un dito di liquore, disse
"Vuole che le mandi il ragazzo? Per darle una mano nei prossimi giorni. Potrebbe essergli utile stare con lei, imparare l'inglese che a scuola non s'insegna e magari lei che è una persona acculturata lo potrebbe capire meglio. Vorrei proteggerlo, che diventi forte è il mio unico desiderio".
Hope era un po' seccato della richiesta, ma cordialmente accettò. Non era il caso di dirgli che non avrebbe fatto gli straordinari e che la scuola non gli mancava affatto. Era venuto in vacanza per visitare una regione remota del sud Italia, perdersi tra gli ulivi e ricomporre il puzzle che Christine le aveva rovesciato nella testa. I pezzi di cartone si disfacevano ogni sera, immersi nell'acool, e si ricompattavano al mattino dando forme nuove di cartapesta ai primi pensieri della sera, in un labirinto senza uscita e come un gioco senza fine. 
Bruno poi si alzò, assestandosi sulle scarpe grosse e polverose, e lo salutò con una forte stretta di mano. La notte fluiva a pochi metri dal suolo caldo e anche se non era la prima storia che finiva male, Hope aveva perso la speranza di uscirne indenne. Era partito con l'idea di aggirarsi come un satiro nudo nella foresta di ulivi di una Italia sconosciuta e antica, per risvegliarsi tra le braccia una donna sempre diversa con gli occhi neri, poi verdi, poi castani, in un crescendo di illusioni, che sono sempre utili a vivere.
S'addormentò sulla sdraio nell'angolo, ebbro e tranquillo e l'unica donna a parlargli quella sera fu Grazia Deledda attraverso le 'Canne al vento'. Un buon risultato dopo tutto: aver zittito Christine.


domenica 24 febbraio 2013

Ovest

La mattina si alzo' fredda di un vento dell'ovest, mentre Lana scostava i ricci a svelare il grigio della domenica. Quel giorno aveva fatto due promesse, che non aveva alcuna possibilita' di mantenere: l'una alla bandiera, l'altra a Dio.
Affido' la bandiera alla mezza bottiglia della sera prima, ce l'avvolse dentro come il ceppo tra le piume dell'aquila, e corse cosi veloce che i tendini indolenziti incominciarono a farle male e le stelle del piumaggio a riflettere la luce del cielo.
Vide Dio sorgere sulla schiena del motociclista che con 30$ finanzio' la sua chiesa tatuata di benzina e prospettive. Il rombo della strada era caldo e accogliente come la bocca di un serpente messicano, retto sulla propria coda. Verso l'ovest, dove il sole sorge invece di tramontare.



martedì 11 settembre 2012

L'arte di smontare le cose (2)


(Adrenalina)



L'arte di smontare le cose (2a parte)
- racconto -



L'inglese fece scorrere la mano intorno al piattino seguendone il rilievo colorato con le dita. Così come la naturalezza dei gesti descrive le nostre azioni meccaniche solo fino a un certo punto, così l'indice si blocca su una fessura del contorno. Laddove la liscia rotondità del bianco è fessa da un triangolino scuro, punto in cui avviene lo sfregamento con altre decine di tazzine e sottobicchieri, lì si ferma la sua attenzione, e volse la testa verso la strada allo strillare dei bambini e iniziò un movimento impercettibile con l'unghia. 

Gli scolari si rincorrevano sul sentiero tra il fiume e il bosco alzando una nuvola di polvere che avvolgeva le seconde file. Visti da lì sembravano uno stormo di grembiulini strappati dal vento ai balconi delle case, e sospinti  nel campo come un pallone sfuggito alla partita. Lui li guardava divertito e indifferente. Finché dalla scia emersero dei contorni scuri, altri bambini rimasti un po' indietro, forse quattro. 
Hope strizzò gli occhi e gli apparvero i quattro: diversi, immobili e silenti nel flusso colorato che li conduceva. Attraversarono anch'essi la coltre di grida e scalpiccii che li separava dal Bar 2000 e incrociarono il suo sguardo. Uno di loro seguitò parlottando, gli altri sembrarono fermarsi. Il piccolo del gruppo si rovistò nelle tasche e poi tese le mani verso i suoi compagni dell'ultima fila, questi fecero altrettanto e dopo alcune frasi che sembravano gridate come ordini, si lanciò di corsa verso il bar. 
Hope lo accolse dalla sua scrivania di fòrmica sull'uscio e gli disse:"Ciao". Il ragazzino sorrise il suo saluto svelto e si avventò all'interno con la colletta tra le mani. Hope l'attese all'uscita, era di buonumore e ancor di più era curioso di scambiare almeno una battuta con una pulce danzante. 
"Buongiorno, cos'hai comprato?" 
"Mars, Raider e KitKat" disse il ragazzino per nulla spaventato dal tono serio del signore al tavolo, anzi aggiunse "se poi mi comprate voi l'ovetto, signo'?"
"Venite signora, please. Non ho capito cosa vorrebbe il ragazzo, ma per favore dategliene uno."
"L'ovetto Kindèr?" urlò la porta. 
"E ovetto sia" rispose. 
Marco "o'piccirill" sorrise ai compagni e gridò loro "aspettat' '". Un momento ed era di nuovo fuori, sotto il portico, con il suo piccolo regalo nella mano. Ringraziando il signore sull'uscio aggiunse: "ma voi non siete di qua, vero?".
"Vengo dalla Gran Bretagna" e vedendolo un po' perso chiese "conosci?".
Marco scosse la testa, sapeva di un'isola del nord Europa dove aveva giocato a calcio Grame Souness, ma quella era la Scozia. La figurina di Trevor Francis, invece, che valeva almeno altre tre Panini, sfoggiava la bandiera inglese (quella dell'Inghilterra!), malgrado il fatto che ora giocassero nella stessa squadra: confusione completa.
"Sono inglese" precisò. 
"Ahh, certo che conosco l'Inghilterra, per chi mi hai preso?" sorrise e si girò a cercare con lo sguardo gli amici lasciati ad aspettare e invece se li trovò addosso. Erano corsi anche loro verso il bar e stavano per strattonarlo per prendersi quanto dovuto. Un groviglio di mani si avventò sul bottino. I bastoncini colorati strappati via come more dal cespe e poi un fragore di carta, plastica, gridolini e risate.
"Mio" urlò Marco "l'ovetto è mio!" e difendendo il suo diritto col gomito alzato, si girò per sfuggire alla presa. Gli saltò via dalla mano e cadde a terra. Girò lo sguardo agli altri, inarcò le sopracciglia e stava per azzuffarsi quando Hope entrò nel mezzo del cerchio costituito dai quattro.
L'inglese raccolse l'ovetto, floscio ormai come un palloncino sgonfiato, e lo ravvivò tra le mani. Si chinò portando lo sguardo all'altezza dei suoi giovani interlocutori e chiese: 
"Chi sarebbe così gentile da spiegarmi la differenza tra quest'uovo e gli altri? E' rotto, è sciolto o magari s'è sgonfiato?".
Il quartetto si guardava , Marco attento solo su ciò che rimaneva del suo uovo di cioccolato. Francesca e Jualid si scambiavano un suggerimento, erano dell'idea della rottura ma aspettavano di sapere cosa ne pensasse Hafsa, l'amica più grande, colei che parlava per prima. 
"Si è rotto, che domanda! Se non fosse caduto, invece..." alzò la testa Hafsa,
"...se fosse caduto, invece, in una padella?" replicò Hope.
"Avremmo rovesciato della Nutella a terra" di nuovo lei prontamente,
"E chi saprebbe ricomporre un uovo di Nutella?" le chiese Hope.
La portavoce restò in silenzio questa volta, e tra tutti solo Marco sembrava non essersi accorto del recente scambio di battute tra la sua compagna e lo sconosciuto benefattore, fin quando, continuando a fissare la mano piena di cioccolato e carta stagnola di Hope, esordì: 
"Saprei ricostruire quell'uovo, signore. Se me lo lascia fare, leccando i bordi, seguendo le linee e i contorni lo rifarei tondo, come gli altri." 
"Se si fosse sciolto, invece, potresti solo spalmarlo sul pane per mangiarlo, Marco. A quel punto il nostro uovo, pur conservando il suo gusto al cioccolato, avrebbe perso la sua rotondità." riprese Hope.
"Sarebbe diverso" aggiunse Marco,
"ma non nel gusto" replicò Francesca.
"Non così tanto" riprese Hafsa.

domenica 2 settembre 2012

Il castello di Santa Barbara (tributo a Jacques Prévert)

Ondina (particolare) - Bosch
Muovo gli occhi sul Mediterraneo
e mi sollevano le palme mosse
dal russare tronfio del cemento.

Rombano gli aerei sui saraghi Illuminati,
la luna falcia le caviglie e
cadono in soggiorno due amanti stranieri.

(Marc Dupree)


Marc torna dal suo ultimo viaggio con il bagaglio più leggero. Ha lasciato i libri che ha letto agli amici che incontrava sulla strada e tratteneva per sé solo alcune righe scritte a matita sul moleskine de toda la vida. Sul bordo ha disegnato un pesce e una coppia che cavalcandolo si tuffa in mare, come in viaggio verso un antico continente fulgido eppure dimenticato, lasciandoci con una domanda che non gli faremo mai: "non avrai incontrato l'ondina, Marc ?".
Questo frammento l'ha lasciato cadere a terra in corridoio, io e Max lo abbiamo letto, e al voltare la pagina era annotata una poesia di Prévert di sessant'anni prima.

Un'arancia sul tavolo 
Il tuo vestito sul tappeto 

E nel mio letto, tu 
Dolce dono del presente 
Frescura della notte 
Calore della mia vita.

Alicante, di Jacques Prévert








mercoledì 20 giugno 2012

L'arte di smontare le cose (1)




L'allievo osservando un albero nel bosco chiese:
"Maestro, è il vento che fa muovere gli alberi 
o sono i rami che accarezzano l'aria?"
Il Maestro commosso sorrise:
"Il movimento è solo nel tuo cuore." 
(Jee-woon Kim)


L'arte di smontare le cose
- racconto -


Il fiume corre rapidamente ai margini del bosco e le suole di sughero galleggiano sulla ghiaia bianca. 
"E' già luglio, e per altri due mesi me ne starò qui" pensava. 
La fortuna di pagare ancora in sterline è un diritto riservato solo agli anglosassoni così come il privilegio di vivere nella vecchia Europa, sulle orme dei grandi pensatori del passato. L'anno 2000 è alle porte, e sembra che se ne siano accorti anche qui nella campagna molisana, sopra un'insegna, il nome di un bar. Passò sotto il pergolato di vite e accennò un "buonc'iorno" con perfetto accento sassone. La signora corpulenta all'interno si girò sobbalzando e rivelò tutto il suo stupore per l'insolito visitatore. "Oe" il suo saluto si aprì in un dittongo. Passò la mano sui capelli ricci e folti e poi sul panno che aveva in grembo. Dritto, rovescio, e sicura gli tese la mano nerboruta con il suo sorriso bianco che sferzava l'ombra tutto intorno.
"Come vi chiamate? Vivete qua? Vi porto qualcosa?" chiese, riprendendo lo straccio con la mano pulita.
"Bob Hopkins, Sir, ma chiamatemi pure Hope. Ho comprato una casa qui in fondo alla strada, e vorrei un tè" chiosò. Stupita lo guardò per un po' inclinando la testa come in attesa del perché di tanta brevità o freddezza. Volse quindi il passo verso il cucinino con una punta d'insoddisfazione e di curiosità. 
"Di chi era parente questo qui? ...e in fondo alla strada c'è solo la villetta di quel napoletano. Salvatore o comesichiama? ...non me lo ricordo proprio" continuava a pensare. Saverio, il napoletano, in realtà era considerato un immigrato, arrivato nel paese con una compagna avvenente ed emigrato da solo qualche anno dopo. Saverio coltivava mele biologiche e applicando questa particolare tecnica era riuscito a "farsi un nome" negli ambienti del commercio alternativo. Yoko Ono, la celebre moglie di John Lennon, era stata per un po' la madrina delle mele verdi giapponesi, osannate sul suo blog, e la cucina macrobiotica di Georges Oshawa le annoverava tra gli ingredienti fondamentali di una dieta sana. La ragazza new age di Saverio, però, non apprezzava quelle mele così tanto quanto i radical chic impegnati con la prova costume e di fronte a tanto isolamento prese a coltivare altre piante. Esaurite anche quelle decise di tornare a Stoccolma e al cibo in scatola, ai biglietti della metropolitana e alle scamorze danesi. 
Quando la signora ritornò col tè portava sull'avambraccio un cestino di panini freschi e un piatto sul quale aveva sistemato l'olio e il sale, li poggiò sul tavolino avorio in formica e ne risistemò la solidità sul sanpietrino. 
"E' vedovo?" sputò. Hope scoppiò in una risata tanto fragorosa quanto spontanea che delineava bene i confini del suo concetto di privacy. 
"Sono single, signora, e lei è moto simpatica. Quindi potrei anche ripensarci!". Sembrava proprio che Filomena avesse conquistato un nuovo cliente. 
"No grazie, sono sposata" sbuffò "lo sono ancora, e non v'è Dio che lo sopporti".
Quello humor inglese soffiava tra i due come un vento sottile, mentre il grembiule si animava e accompagnava le grosse anche verso la porta del locale. "Guardate escono le scuole" gli disse, ma lui non capì finché non vide il polverone sulla strada e il vociare dei ragazzi che irrompeva nel cielo azzurro.

venerdì 8 giugno 2012

Adaptation (Darwin's)

"An adaptation in biology is a trait with a current functional role in the life history of an organism that is maintained and evolved by means of natural selection. An adaptation refers to both the current state of being adapted and to the dynamic evolutionary process that leads to the adaptation. Adaptations contribute to the fitness and survival of individuals." (Wikipedia) 
Medecins Sans Frontiers "Urban Survivors"photo show at Palazzo Oberdan, in Milan. Watch the movie filmed in Karachi (Pakistan) pictures by Alexandra Fazzina.




martedì 29 maggio 2012

Inernet e i suoi amici (De meditatio vetusta)

"Adesso guai se invece della corsa alla politica, ci fosse la fuga dalla politica, questo veramente sarebbe la catastrofe della nostra democrazia e la nostra società " - Giorgio Napolitano 

Se fosse, invece, la politica che stesse fuggendo sia dalla realtà che dalla società, perseguendo gli interessi di pochi (detti) eletti, perché da essa è costantemente braccata e superata in questioni di ordine, merito, efficienza e rispetto?
Internet è il collettore delle istanze presenti in tutti gli strati della nostra società, rappresentazione della c.d. "opinione pubblica", che tanto timore desta in quanti puntano a legittimare la propria posizione strumentalizzando quella altrui. L'istituzione del partito classico oggi è solo un lento divenire della crisalide che si è formata  in seguito alla sedimentazione dell'impegno sociale nel tempo passato. 

Ad oggi la fissità dello scenario politico nazionale, scosso dal solo istinto primordiale di conservazione dinanzi a una bancarotta annunciata, non rispecchia le istanze e le speranze del popolo, e una generazione senza speranze non può essere coinvolta dalla politica ma soltanto usata. La strumentalizzazione nasce dall'impossibilità di essere mente e di divenire puramente braccio della propria ideologia. 

Ad oggi, ancora, l'ideologia è morta e lo scontro è tra realtà e fantasia. Che il braccio sia a servizio esclusivo della realtà, l'orizzonte proprio di ognuno, è il vero pericolo per la democrazia, che l'intreccio collettivo sfugga alla maggior parte dei cittadini è la vera dittatura. Una dittatura dell'interesse particolare, del furto, dell'illegalità, della mafia.
Il metodo di aggregazione intorno alle buone idee, invece, è lo stesso criterio epistemologico proposto dai più grandi liberisti come il filosofo Karl Popper, che ha scritto "La società  aperta e i suoi amici" e non "A Mosca l'ultima volta". 
Cordialmente, Presidente. 






giovedì 26 aprile 2012

La nitidezza delle ombre (le ragioni della politica)


"Marc, torni a casa per votare ?"

E’ una fredda primavera, quella in cui la luce del giorno entra nel ventre caldo della caverna dov’è recluso lo schiavo-cittadino. Lo chiamano da fuori, vorrebbero che uscisse, che agisse e che votasse. Gli echi elettorali nascono sempre da voci profonde e ognuno nel suo Io le conosce bene.
Ascoltare le proprie esigenze è il primo passo verso la felicità: un posto di lavoro, un incarico, un trasferimento, questi e pochi altri sono gli oggetti raffigurati sulla parete della caverna.
Dall’altra parte ci sono gli uomini già sull’uscio, che si voltano di tanto in tanto per non perdere di vista le ombre e i muri che li hanno accolti fino ad ora. Sono legati alla caverna perché ne conoscono il segreto e non se ne allontanerebbero se non fosse strettamente necessario.

La caverna, e il suo mito, funzionano così: una luce naturale entra dall’unica apertura sul lato destro mentre gli oggetti d’argilla posti nel mezzo e investiti dalla luce proiettano le proprie ombre sul fondo, giù a sinistra.
Gli schiavi non sospettano nulla, perchè le cose e le ombre hanno qualcosa in comune e questo legame si chiama “rappresentanza” (mimesis). Mentre non c’è nessuna rappresentanza tra gli schiavi e gli altri uomini.
Abbiamo compilato degli elenchi coi nostri desideri e li abbiamo chiamati liste. Quando si sono contrapposte tra loro sono diventate partiti e ancora fazioni, o addirittura correnti. Cosicché sul cammino verso il piccolo le voci di dentro sono diventati echi lontani. Echi di lotta, politica, echi elettorali. Nella molteplice modulazione di queste voci il significato stesso delle parole è stato logorato dagli slogan urlati, spaccato nell’urto con gli altri, ed infine è sfumato nella distanza storica dai fatti originari. Lontani da sè stessi e dall'Europa.

Un vento freddo entra nella caverna, in questa primavera del 2012, e spegne il fuoco che proietta quelle forme nitide sul muro. Lo schiavo ha perso il profilo netto delle cose, e non ha più l’idea precisa di ciò che desidera. Crolla il mito della “rappresentanza” e con esso il mito stesso del “sistema” caverna. Escono candidi, infine, i progetti del Demiurgo che curava quel falò.
600 candidati alla carica di consigliere sono un gran numero di desideri e un gran numero di voci crea più baccano che dibattito. Le ombre sfocate sono desideri annacquati, poco chiari per chi guarda e insieme estranei a quel concetto di “rappresentanza” che i padri della Repubblica diedero agli eletti. Le ombre dei desideri, invece, sono sempre di una nitidezza cherubina.

Comunque finiranno queste elezioni ad ora l’unica certezza è che la democrazia ne uscirà ulteriormente indebolita da una scelta eccessivamente frammentata, da una politica che trova le ragioni di esistere nella divisione e nella “ricomposizione dei contrasti”, dalla volontà dei partiti di essere ancora oggetti tangibili e non solo ombre sbiadite.
  
L’opera occulta del Demiurgo platonico potrà ancora descrivere delle gustose delizie con neri coni d’ombra?

giovedì 15 marzo 2012

Le Tav (racconti di Max dal fronte italico)


Mi sentono arrivare.
Il ticchettìo di cento piedi nella mia testa, sono io, il centipede umano.
Vestiti di blu, votati alla gloria per la vittoria, per alcuni persino littoria.

Ridiamo di quel ragazzo che ci diede del 'pecorella', poichè siamo noi a tenere le fila del gregge.
Siamo i cani del pastore.

Eppure queste fila composte e intonate stridono contro il disordine d'intorno.
Gli alberi, le rocce, venute giù a caso nel disordine divino.

Ordine e disordine, poli immutati nel punto in cui i fronti, le idee e la storia ci dividono.
150 anni d'unità spazzati via da dove tutto cominciò, il Piemonte.

Siamo venuti con le nostre camionette, facendo la colletta per la benzina.
Siamo come voi, voi che venite fin qui col treno. Proprio quel treno che vorreste fermare.

Per combattere in egual modo contro il prezzo della benzina. Ci preoccupa in egual misura aprire un nuovo fronte così come raggiungerlo.
E un giorno, forse, non avremo più voglia di farlo.

Chi era Pecorella? L'avvocato che difendeva i comunisti.
Chi è oggi? L'avvocato della destra.

Noi siamo particelle elementari, troppo piccole per formare un corpo, una testa, un Io pensante.
Noi, come voi dall'altra parte, che non si fa altro che scagliare altre particelle contro gli altri e contro tutto.

Le particelle si uniscono in accelerazione, ma stiamo frenando ora. Tutti.
Le particelle si dividono: come noi.

Abbiamo bisogno di accelerare, uniti nelle parole delle 3P altisonanti: figli di papà, pastori e poliziotti.
Ma prima ancora c'è bisogno di benzina,
di luce,
di gas.

martedì 27 dicembre 2011

Il male oscuro


Un capitolo della storia della nostra città. 
Giorgio Bocca descrive Isernia negli anni 50' con risolutezza e disincanto. Inizia così il famoso libro L'Inferno, scritto nel 1992 poco prima delle stragi mafiose in cui persero la vita i giudici G.Falcone e P.Borsellino, a cui è dedicato. Il male oscuro del Sud è un passaggio aspro e ruvido verso la consapevolezza a cui siamo chiamati ogni  giorno.



IL MALE OSCURO.

Ho conosciuto il profondo sud molti anni fa, alla fine degli anni cinquanta, quando lavoravo all'Europeo.  C'era stata una sommossa in una città del Molise di cui sentivo per la prima volta il nome, Isernia: voleva diventare capoluogo di provincia, di una provincia sassosa e povera e il governo di Roma non capiva perché.  Neppure io capivo quando ci arrivai su una corriera sgangherata che andava a carbonella, su per una strada in terra battuta verso quella città abbandonata a sé, dimenticata da dio e dalla Provvidenza,
che voleva diventare provincia.  Un bombardamento a tappeto delle fortezze volanti americane l'aveva distrutta, pare l'avessero scambiata per Montecassino, estrema difesa dei tedeschi, chi è nato con la jella addosso non se ne libera né in pace né in guerra.  
Sulla vicenda della provincia negata e desiderata, uno dei sogni che fa la gente povera dimenticata fra montagne povere, c'era poco da capire, quelli con cui parlavo negli uffici o per strada vivevano una loro esaltazione che ora ricordo vagamente. Ma ricordo bene lo sgomento di quel primo incontro con il profondo sud, l'unica locanda, i suoi ospiti di rispetto, le due prostitute.  Per entrare nella locanda si scendevano cinque gradini sotto trofei di cipolle e peperoncini e si era nello stanzone del camino e del pranzo, separato dalla cucina da una tenda rossa.  La donna gatta con occhi grigi nel volto pallido, affilato, stava accucciata al suo posto, vicino al camino non ospite ma parte della locanda, come le sedie, i tavoli, le tovaglie a scacchi bianchi e blu, i bicchieri di vetro spesso, la tenda rossa sulla porta della cucina, l'odore di grasso e di spezie. Era passato da poco mezzogiorno e gli ospiti di rispetto erano già ai loro tavoli, un breve saluto e poi ognuno alla sua melanconia: il sostituto procuratore della repubblica che andava e veniva da Napoli, un professore di ginnasio, due tecnici del genio civile, un commesso viaggiatore, il cronista del nord venuto per la rivolta. 
Lei e noi come la sparuta guarnigione di un forte rimasto in piedi nella rovina.  Che lei facesse parte della locanda era chiaro, noi potevamo prendere la caraffa del vino forte e resinato, la minestra di ceci, l'olio, il pane come potevamo servirci di lei, senza parlare, senza chiedere, bastava uno sguardo e lei che conosceva le camere al primo piano saliva leggera ad aspettare come una gatta che non fa rumore, conosce tutto della casa, passa inavvertita fra il gemere di un tavolato, lo scricchiolio di una porta, lo sbattere di un'anta e il sotto gelido del vento che in quell'inverno e in quella rovina mi rabbrividiva fin dentro le ossa.  Così pallida, così rassegnata, cosa fra le cose di una locanda povera, ma sembrò che le si gonfiasse il pelo, che sprizzassero scintille dai suoi occhi grigi la sera che entrò nella locanda la donna cagna, l'altra prostituta di Isernia, irsuta, olivastra, non brutta, non vecchia ma ferina, che si era presa come abitazione una delle case semidistrutte un po' fuori città, senza porta e senza vetri alle finestre, un graticcio di canne come porta, pezzi di lamiera alle finestre e per le fessure si vedeva il braciere al centro della stanza e il pagliericcio posato sulla terra fredda.  Ma nelle notti gelide e ventose lei attizzava il fuoco, faceva alzare la fiamma che la vedessero dalla città, quelli che la odiavano e sbeffeggiavano, era sempre lì , non era ancora morta, piaceva ancora ai suoi visitatori notturni. Entrò la donna cagna con un suo mugolio minaccioso, si alzò pallidissima la donna gatta e sembrava le fosse gonfiata la groppa e la coda e noi, gli ospiti di rispetto, capimmo che la donna cagna poteva rivendicare qualcosa dall'oste che sbucò dalla cucina, rimandò al suo posto vicino al camino la donna gatta e si porta l'altra dietro la tenda rossa per un piatto di minestra, che poi uscì come da una incursione vittoriosa, con uno sguardo di trionfo, ancora viva nella sua vita perduta.
Ero in quella città del basso Molise chiamata Isernia e dal giornale mi telefonarono che dalle parti delle forche caudine, sotto cui passarono i romani vinti, mai lasciarli passare che poi tornano e per ringraziamento ti ammazzano, c'era un lebbroso. Dato che sei lì vicino, fa un salto dicevano dal giornale, come quando sei a Hong Kong e ti dicono visto che sei lì fai un salto in Giappone. 

venerdì 16 dicembre 2011

La parabola dell'esattezza (#Gerry - racconto breve)


Disponibile anche su Twitter alla voce #Gerri


La parabola dell'esattezza

- racconto breve -


     I passi incerti di Gerri risuonavano nel blu del corridoio. Il silenzio interrotto dal tintinnio delle flebo e in fondo il sussulto farraginoso dell’ascensore. Un breve tratto da percorrere lentamente, strisciando le pantofole con la sicurezza e la dignità di chi sa come muoversi. Bisognava riscattare quella notte alla noia, e nessuno avrebbe impedito alla banalità di pagare il suo tributo. Diede uno sguardo discreto verso l’origine e gli sembrò preferibile a un passo in avanti verso la fine. Chiamò l’ascensore. Girò a sinistra e si nascose dietro le ante. Le braccia scattanti lo avvolsero e lo portarono giù al piano terra, all’uscita, alla vita.
Lo stomaco di Gerri borbottava, uscendo dall’ospedale. Erano i lunghi digiuni sedati dalle soluzioni nutrienti sparate in vena. Si era liberato dei tubicini delle flebo con la maestria degli infermieri e aveva asciugato quelle poche gocce di sangue con l’interno della giacca. Era una notte calda. Fuori un vento leggero portava con sé l’odore dei pini. Si fece una bella sniffata Gerri, come una volta, un gesto di quelli che non si scordano più. Attraversò il marciapiede scansando gli aghi marroni con le suole, e prudente e veloce come un predatore notturno superò la strada illuminata. Di nuovo all’ombra degli alberi fiutava la preda, rosso oggetto del desiderio. La strada illuminata dai neon all’ingresso e lui che la sentiva guaire nell’ombra.

             -Ciao Gerri, che cazzo ci fai in pantofole?
            -Niente, e che non riuscivo a dormire. – rispose.
-Potevi almeno cambiarti prima di venire, no?–
-Finiscila, Giuse’! Non è che avresti una sigaretta piuttosto? – ribatte un po’ stizzito.
-Certo, te ne do anche due, però l’altra non te la portare all’ospedale, sennò è contrabbando, eh!
-Eh, grazie –rispose- e poi mi chiedi perché vengo qui. – Sorrise e con le sue impronte scivolose                 lasciava segni sulla moquette. Sentiva che lei era lì, rossa e disponibile, come la prima volta.
            -Gerri!
-Ciao – rispose al gestore e a due clienti indefiniti che fumavano in fondo al bancone. Circondati da specchi e bottiglie di whisky e di gin. Sembravano anche loro dei fuggitivi e ricambiarono a gesti.
-Si è visto qualcuno stasera? – esordì Gerri.
-Nessuno dei tuoi, per adesso. Comunque lo sai che non ti conviene farti vedere in giro così spesso.
-Si, lo so – rispose.
-Sai com’è – aggiunse l’altro.


Cambiò cinquanta euro in monete da uno e calcolò che in condizioni normali gli sarebbero bastati per un’ora circa. E comunque bisognava tornare presto. Ai tempi d’oro di Gerri le bambole russe lo aspettavano fuori, restavano in macchina mentre lui entrava all’All Inn “a fare un giro di slot e vodka prima d’ingranare la serata”. Oggi cambiava il suo biglietto al bancone e rimaneva a fissare i gesti del cassiere che impilava le monetine. La barba gli dava un’immagine ruvida e nostalgica. Dieci colonne da cinque, questo la macchinetta non lo fa. E’ la semplicità del gesto ripetuto che dona leggerezza all’atto di cortesia, e ora le mani del cassiere gli donavano più di una chance. Gli stavano offrendo una strategia: una colonna per scaldare le dita, due per alzare la posta, sei per giocarsela e una per i saluti.


Grazie – disse con voce sincera. Poi con un sorriso lieve si diresse verso di lei e Cherry Lady rispose col suo sorriso migliore. Tre jack incastonati al primo tocco. Non male per un pretendente in quelle condizioni. Scrollò le spalle e continuò a giocare.
Erano passate già due settimane dalla prima fuga e ormai si sentiva sicuro di non essere scoperto. Da parte sua non aveva mai forzato la mano alla fortuna. Cercava l’equilibrio in ogni cosa e era attento ad imparare le logiche del gioco. Le simpatie tra gli infermieri, l’arroganza del primario, lo sconforto dei pazienti e l’avvenenza delle loro compagne. Ricoverarsi per il trapianto era già servito a qualcosa: aveva imparato a dormire di notte, a spendere meno di cinquanta euro al giorno, a chiudere una flebo e a non allontanarsi per più di un’ora. Dalle 2:00 alle 3.00 appunto. Oggi era ancora più tranquillo del solito. Sembrava uno straniero venuto per affari che si stava concedendo un attimo per sé.
I due tizi al bancone si erano alzati lasciando gli euro del conto come sottobicchieri. Lo avevano guardato e se n’erano andati senza salutare. La foschia della pioggia pomeridiana, intanto, saliva dal basso verso l’insegna dell’All Inn.
Le mani scorrevano sulla bottoniera lucida. Cambiava la puntata ogni quattro giri e poi ritornava sul doppio della posta iniziale. Così facendo si era portato in vantaggio sulle colonnine per la prima mezz’ora, ma adesso stava perdendo terreno. Inesorabilmente coerente con il volere del caso, aveva smesso di pensare alle combinazioni; e al cinismo iniziale si stava sostituendo una dolce rassegnazione.
“Se è così che deve andare…” pensava, e intanto non smetteva di godere della frescura delle monete sui polpastrelli. Aveva impilato le ultime 2 colonnine sul bordo alto della macchinetta. Azzardava uno sguardo di tanto in tanto, solo per essere sicuro che le ultime speranze fossero ancora lì dove le aveva lasciate.
Passarono altri venti minuti.


-Due Kappa e tre Donne – un punto bellissimo, e l’indicatore dei crediti di colpo si moltiplicò per nove.
La dolce Cherry e le donnine sorridevano. Era un amore sensazionale, tutto il tempo lì seduto a guardare. Forse una di loro l’avrebbe scelto per essere accompagnata a casa? La nona sera al casinò e la certezza di essere ancora vivo.
Aveva già rischiato di morire qualche mese prima per la diagnosi di una cellula “certamente” sospetta. Com’era possibile che più di vent’anni di quella vita gli avessero procurato un tumore al fegato, se quelle sono cose che capitano ai poveri cristi che lo passano le serate davanti alla tv. Dean era morto in automobile, De Gallardon lanciandosi da un aereo e anche lui sapeva che se ne sarebbe andato così, senza paracadute. La diagnosi poteva essere inesatta e così il dubbio gli aveva lasciato un certo margine d’errore. Finché la notte del 2 ottobre fu portato d’urgenza in ospedale a Campione d’Italia, poi il trasferimento in Calabria. Ora vagheggiava di infermiere impertinenti che l’avrebbero accompagnato in baita sulla Sila. Per una vita fatta di minestre calde e boschi, il cognac solo al sabato con gli amici del circolo.
“Bling” il rumore alle sue spalle lo fece sussultare. Era Mario che trafficava con i bicchieri sporchi dietro il bancone e ne aveva appena rotto uno. Sorrise.


-Ehi, se proprio devi romperli, portamene uno! – gli disse, pur sapendo che poteva essergli fatale. Non aveva molto fegato, Gerri, ma era indiscutibilmente un uomo di polso.


Cinque Sette, infatti, si allinearono uno dietro l’altro davanti ai suoi occhi increduli. Il Jackpot – si domandava, e le pupille pulsavano. Il luccichio dello schermo davanti lo illuminava di una luce rossa e gli donava una cera eccentrica. Mario si sollevò sul bancone coi gomiti grossi e le mani tese in avanti.


-Cristo! – gli gridò- e’ il Jackpot Nazionale Ge’?!
Gerri non sentiva nulla oltre il motivetto ridondante della macchinetta. Lo schermo si tinse di blu e una pioggia di stelle dorate iniziò a cadergli sulle mani appoggiate alla bottoniera. Il riflesso del suo stupore attirò le occhiate ammiccanti delle belle ragazze di pixel che gli sfilavano davanti; mentre sullo schermo ognuna sollevava un numero. Iniziò la rossa a sinistra con lo zero sulla testa e via via altri quattro zeri fino al tre iniziale.

- Minchia – esclamò e con il salto che ne seguì cacciò lo sgabello lontano, quasi sui piedi di Mario. Adesso gli era già addosso con le braccia tese di gioia. L'aspetto violento lo faceva sembrare piuttosto un orso pronto a stritolarlo. Lo prese, la testa calva di lui strofinò sulle guance umide e i capelli lucidi di Gerri e lo sollevò per aria. L’urlo che cacciarono all’unisono scosse anche i bicchieri. Gli accessori sul bancone per un’improvvisa corrente d’aria si sparpagliarono per terra, cadevano lucenti e la moquette ne attutiva il rumore. Parevano stelle, finalmente mobili.


L’abbraccio e l’emozione, ora, lasciavano un po’ di respiro ai due, e le risate si spegnevano pian piano nei singhiozzi.

-Auguri, Ge’, sono proprio 30! – disse Mario.
-Dovrò portarli dentro in un sacco – rispose – ma li avrai tutti quei soldi in cassa?
Mario lo squadrò dall’alto in basso e con fare risoluto rispose.
-In cassa no di certo.

Quindi l’abbracciò e lo condusse verso il bancone. Scansarono entrambi con un calcio le stelle ossidate sul pavimento e entrarono nel retrobottega. Mario gli offrì diciottomila euro in contanti – tasse incluse - con la promessa di dire a tutti che era stato lui stesso a vincere. Gerri, per quietanza, gli offrì la mano destra e il più bel sorriso che aveva in serbo da due settimane. Spinse i soldi in fondo alle tasche della giacca e s’infilò alcune banconote nella molla dei pantaloni. Indossava ancora il pigiama e le pantofole, così, in modo discreto s’infilò nella stradina del ritorno. Camminava, mentre il letto d’ospedale, le flebo e il dubbio sul tumore gli confondevano la mente. La medicina non è una scienza esatta, pensò. Se il caso è un adorabile infedele, che sia il denaro la sua amante preferita?

Il mattino seguente un vento freddo sulla nuca lo sorprese nel sonno. Stiracchiò qualche sillaba e poi vide l’ombra bianca dell’infermiera contro la finestra.
-E’ ora di alzarsi, Giobetti. Su’ che sono quasi le otto.
Rispose con un rantolo. Mentre schiudeva gli occhi, però, le mani correvano sotto il lenzuolo a cercare il bottino. Sentì la carta, e poi uno scroscio di felicita gli illumino il viso.
-Signorina – disse- ero un po’ stonato dalla notte scorsa.
-Avrà mica vomitato ? – lo apostrofò lei premurosa e un pochino preoccupata.
-No, ma , sa com’e’…
-E’ nervoso per l’operazione, la capisco, sa! – l’interruppe lei.
-Eh gia’ – rispose – visto che mi sono perso la colazione, le va di portarmi un caffe? – e lei incerta
– Non si potrebbe ma…
-Grazie – disse e provò a infilarle qualcosa in tasca. L’infermiera interruppe il suo gesto e esitando con la mano gli chiese il perché. Gerri strizzò l’occhio, le sorrise e disse
– Giocali, perchè magari un giorno… te ne andrai anche tu di qua.-
Lei all’inizio non capì, poi si voltò delusa, e liberandosi si diresse verso le scale.


mercoledì 2 novembre 2011

Start up, in progress - inn.Art

Buongiorno,
oggi vi presento l'idea che Roberto ha iscritto all'iniziativa di Telecom Italia "Working Capital 2011".

inn.ART

è un servizio di hosting e streaming di produzioni artistiche 
(quadri, video, sculture) su schermi piatti da collocare 
in luoghi aperti al pubblico.

Abbatte i costi di divulgazione delle produzioni artistiche 
e dà la possibilità di fruirne in luoghi nuovi, diffusi o inaspettati
per i gestori di attività e di spazi aperti al pubblico.
L'attività di marketing è principalmente diretta , 
e viene svolta in in gallerie d'arte minori, via internet e 
sui social network.

"La gente sa ciò che vuole, ma vuole solo ciò che già conosce", 
perciò, artisti di tutto il mondo unitevi e... facciamoci conoscere
Per scaricare il pacchetto informativo
e per contatti, r.nunziata@alice.it


martedì 23 agosto 2011

n°0 - Potrei scrivere il mio romanzo


Oggi ho fatto il caffè per tutti. La sveglia delle 7:00 e il fresco della sera ci aiutano ad affrontare speranzosi la canicola.
Io adoro Marc e Max, perchè da un loro sbadiglio nacque il primo gemito. Come il feto che lo emette in 11 settimane di gestazione.
Una pagina bianca e il risveglio dopo il torpore. Uno sbadiglio e sulla carta, le prime pagine...

   - ~ -

Potrei scrivere il mio romanzo
se avessi gli occhi gonfi,
e l'ossa in frantumi,
per un colpo di grazia.

Potrei rivolgere l'orecchio
al vento gelido
che mi pungerebbe con parole vere,
coi fatti e le cronache dal mondo di fuori.

Potrei lasciare che l'onda
levighi il corpo
e la trama del mio romanzo,
senza perdere la compattezza.

Potrei bruciare i muscoli tesi
nel fuoco della corsa,
al calore dell'ideale,
coi ceppi erti a testimoni.

Potrei lasciare che l'Universo
con le sue leggi d'attrazione
dia leggerezza e luce
ai miei personaggi, e ancora...

E ancora potrei
che occhi, mani e orecchie e gambe
siano al servizio del mio vaso di orchidee
e scrivere solo di esso.

lunedì 4 luglio 2011

The Tree of Life by T.Malick (or Roberto's first visit)

The Italian poster - Google Images
Marc Dupree get back from London last sunday.
"Roberto please come in" he first said.
I could not imagine how my life could have been if I did not followed him outside of the City underground. The sunrays gently flew trought the mirros glasses of Foster skyscrapers, blessing even Cain for having funded the cities.
My new house looks safe in a certain way, surely because of the late afternoon light summer brings to this latitude. My first time in Italy, my second chance.
"Hi, I'm Max nice to meet you" a tall guy introduced himself walking out of the smoky kitchen to make his breast inspire some fresh air.
"Nice to meet you, too. I'm Roberto I guess Marc talked to you about me, right? I'm going to stay here for a while..." I didn't finish my ritual pledge when Marc just pushed me in.
"Look what a strange british air he's got ?!" he showed Max and from there he escorted me trought the corridor. Max opened to me his kingdom and a bright large smile.
I felt at home again, it was my Big Return. Fresh water flew on the root of my soul, bringing again the green on leaves, making bloom The Tree Of Life.

We spent the night talking about the greatness of Terrence Malick's last work. Marc said it closes the cyrcle started by "Badlands" in late 1973, when the Director described the "young rage" of a James Dean like young rebel. Now askes himself about the origins of those rebel acts that from time to time permit evolution to prevail over it all.
"Evolution after adaptation, the Good after the Bad, the Spiral to the Sky..." and even after all Jessica Chastain don't figure on the movie poster.
"It's impossible to tell if Malick was forced by the laws of distribution to set her name apart, privileging the two big actors Pitt and Penn." I said. Anyway I prefer to think that choice was driven by a bigger aim: lefting the essence of the movie outside any previous consideration of the viewer and leaving him the opportunity to discover her trought her preformance. In the same way we have to discover Grace in our lives with a day by day work.
(An hard work that still continues, since not mentioning her can be seen as a protest action against the marketing laws of cinema, and widely against a still male oriented society)
At last but not least, the Roland Barthes outlined relationship between Photography -> righteousness or madness -> Mercy perfectly fits a iconographic movie.

I added my picture on the kitchen wall for Marc and Max, drawing this little poster to explain them my views.
I hope not to wake up in the street tomorrow...
Roberto N.

Terence Malick' Tree of Life - my references