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venerdì 16 dicembre 2011

La parabola dell'esattezza (#Gerry - racconto breve)


Disponibile anche su Twitter alla voce #Gerri


La parabola dell'esattezza

- racconto breve -


     I passi incerti di Gerri risuonavano nel blu del corridoio. Il silenzio interrotto dal tintinnio delle flebo e in fondo il sussulto farraginoso dell’ascensore. Un breve tratto da percorrere lentamente, strisciando le pantofole con la sicurezza e la dignità di chi sa come muoversi. Bisognava riscattare quella notte alla noia, e nessuno avrebbe impedito alla banalità di pagare il suo tributo. Diede uno sguardo discreto verso l’origine e gli sembrò preferibile a un passo in avanti verso la fine. Chiamò l’ascensore. Girò a sinistra e si nascose dietro le ante. Le braccia scattanti lo avvolsero e lo portarono giù al piano terra, all’uscita, alla vita.
Lo stomaco di Gerri borbottava, uscendo dall’ospedale. Erano i lunghi digiuni sedati dalle soluzioni nutrienti sparate in vena. Si era liberato dei tubicini delle flebo con la maestria degli infermieri e aveva asciugato quelle poche gocce di sangue con l’interno della giacca. Era una notte calda. Fuori un vento leggero portava con sé l’odore dei pini. Si fece una bella sniffata Gerri, come una volta, un gesto di quelli che non si scordano più. Attraversò il marciapiede scansando gli aghi marroni con le suole, e prudente e veloce come un predatore notturno superò la strada illuminata. Di nuovo all’ombra degli alberi fiutava la preda, rosso oggetto del desiderio. La strada illuminata dai neon all’ingresso e lui che la sentiva guaire nell’ombra.

             -Ciao Gerri, che cazzo ci fai in pantofole?
            -Niente, e che non riuscivo a dormire. – rispose.
-Potevi almeno cambiarti prima di venire, no?–
-Finiscila, Giuse’! Non è che avresti una sigaretta piuttosto? – ribatte un po’ stizzito.
-Certo, te ne do anche due, però l’altra non te la portare all’ospedale, sennò è contrabbando, eh!
-Eh, grazie –rispose- e poi mi chiedi perché vengo qui. – Sorrise e con le sue impronte scivolose                 lasciava segni sulla moquette. Sentiva che lei era lì, rossa e disponibile, come la prima volta.
            -Gerri!
-Ciao – rispose al gestore e a due clienti indefiniti che fumavano in fondo al bancone. Circondati da specchi e bottiglie di whisky e di gin. Sembravano anche loro dei fuggitivi e ricambiarono a gesti.
-Si è visto qualcuno stasera? – esordì Gerri.
-Nessuno dei tuoi, per adesso. Comunque lo sai che non ti conviene farti vedere in giro così spesso.
-Si, lo so – rispose.
-Sai com’è – aggiunse l’altro.


Cambiò cinquanta euro in monete da uno e calcolò che in condizioni normali gli sarebbero bastati per un’ora circa. E comunque bisognava tornare presto. Ai tempi d’oro di Gerri le bambole russe lo aspettavano fuori, restavano in macchina mentre lui entrava all’All Inn “a fare un giro di slot e vodka prima d’ingranare la serata”. Oggi cambiava il suo biglietto al bancone e rimaneva a fissare i gesti del cassiere che impilava le monetine. La barba gli dava un’immagine ruvida e nostalgica. Dieci colonne da cinque, questo la macchinetta non lo fa. E’ la semplicità del gesto ripetuto che dona leggerezza all’atto di cortesia, e ora le mani del cassiere gli donavano più di una chance. Gli stavano offrendo una strategia: una colonna per scaldare le dita, due per alzare la posta, sei per giocarsela e una per i saluti.


Grazie – disse con voce sincera. Poi con un sorriso lieve si diresse verso di lei e Cherry Lady rispose col suo sorriso migliore. Tre jack incastonati al primo tocco. Non male per un pretendente in quelle condizioni. Scrollò le spalle e continuò a giocare.
Erano passate già due settimane dalla prima fuga e ormai si sentiva sicuro di non essere scoperto. Da parte sua non aveva mai forzato la mano alla fortuna. Cercava l’equilibrio in ogni cosa e era attento ad imparare le logiche del gioco. Le simpatie tra gli infermieri, l’arroganza del primario, lo sconforto dei pazienti e l’avvenenza delle loro compagne. Ricoverarsi per il trapianto era già servito a qualcosa: aveva imparato a dormire di notte, a spendere meno di cinquanta euro al giorno, a chiudere una flebo e a non allontanarsi per più di un’ora. Dalle 2:00 alle 3.00 appunto. Oggi era ancora più tranquillo del solito. Sembrava uno straniero venuto per affari che si stava concedendo un attimo per sé.
I due tizi al bancone si erano alzati lasciando gli euro del conto come sottobicchieri. Lo avevano guardato e se n’erano andati senza salutare. La foschia della pioggia pomeridiana, intanto, saliva dal basso verso l’insegna dell’All Inn.
Le mani scorrevano sulla bottoniera lucida. Cambiava la puntata ogni quattro giri e poi ritornava sul doppio della posta iniziale. Così facendo si era portato in vantaggio sulle colonnine per la prima mezz’ora, ma adesso stava perdendo terreno. Inesorabilmente coerente con il volere del caso, aveva smesso di pensare alle combinazioni; e al cinismo iniziale si stava sostituendo una dolce rassegnazione.
“Se è così che deve andare…” pensava, e intanto non smetteva di godere della frescura delle monete sui polpastrelli. Aveva impilato le ultime 2 colonnine sul bordo alto della macchinetta. Azzardava uno sguardo di tanto in tanto, solo per essere sicuro che le ultime speranze fossero ancora lì dove le aveva lasciate.
Passarono altri venti minuti.


-Due Kappa e tre Donne – un punto bellissimo, e l’indicatore dei crediti di colpo si moltiplicò per nove.
La dolce Cherry e le donnine sorridevano. Era un amore sensazionale, tutto il tempo lì seduto a guardare. Forse una di loro l’avrebbe scelto per essere accompagnata a casa? La nona sera al casinò e la certezza di essere ancora vivo.
Aveva già rischiato di morire qualche mese prima per la diagnosi di una cellula “certamente” sospetta. Com’era possibile che più di vent’anni di quella vita gli avessero procurato un tumore al fegato, se quelle sono cose che capitano ai poveri cristi che lo passano le serate davanti alla tv. Dean era morto in automobile, De Gallardon lanciandosi da un aereo e anche lui sapeva che se ne sarebbe andato così, senza paracadute. La diagnosi poteva essere inesatta e così il dubbio gli aveva lasciato un certo margine d’errore. Finché la notte del 2 ottobre fu portato d’urgenza in ospedale a Campione d’Italia, poi il trasferimento in Calabria. Ora vagheggiava di infermiere impertinenti che l’avrebbero accompagnato in baita sulla Sila. Per una vita fatta di minestre calde e boschi, il cognac solo al sabato con gli amici del circolo.
“Bling” il rumore alle sue spalle lo fece sussultare. Era Mario che trafficava con i bicchieri sporchi dietro il bancone e ne aveva appena rotto uno. Sorrise.


-Ehi, se proprio devi romperli, portamene uno! – gli disse, pur sapendo che poteva essergli fatale. Non aveva molto fegato, Gerri, ma era indiscutibilmente un uomo di polso.


Cinque Sette, infatti, si allinearono uno dietro l’altro davanti ai suoi occhi increduli. Il Jackpot – si domandava, e le pupille pulsavano. Il luccichio dello schermo davanti lo illuminava di una luce rossa e gli donava una cera eccentrica. Mario si sollevò sul bancone coi gomiti grossi e le mani tese in avanti.


-Cristo! – gli gridò- e’ il Jackpot Nazionale Ge’?!
Gerri non sentiva nulla oltre il motivetto ridondante della macchinetta. Lo schermo si tinse di blu e una pioggia di stelle dorate iniziò a cadergli sulle mani appoggiate alla bottoniera. Il riflesso del suo stupore attirò le occhiate ammiccanti delle belle ragazze di pixel che gli sfilavano davanti; mentre sullo schermo ognuna sollevava un numero. Iniziò la rossa a sinistra con lo zero sulla testa e via via altri quattro zeri fino al tre iniziale.

- Minchia – esclamò e con il salto che ne seguì cacciò lo sgabello lontano, quasi sui piedi di Mario. Adesso gli era già addosso con le braccia tese di gioia. L'aspetto violento lo faceva sembrare piuttosto un orso pronto a stritolarlo. Lo prese, la testa calva di lui strofinò sulle guance umide e i capelli lucidi di Gerri e lo sollevò per aria. L’urlo che cacciarono all’unisono scosse anche i bicchieri. Gli accessori sul bancone per un’improvvisa corrente d’aria si sparpagliarono per terra, cadevano lucenti e la moquette ne attutiva il rumore. Parevano stelle, finalmente mobili.


L’abbraccio e l’emozione, ora, lasciavano un po’ di respiro ai due, e le risate si spegnevano pian piano nei singhiozzi.

-Auguri, Ge’, sono proprio 30! – disse Mario.
-Dovrò portarli dentro in un sacco – rispose – ma li avrai tutti quei soldi in cassa?
Mario lo squadrò dall’alto in basso e con fare risoluto rispose.
-In cassa no di certo.

Quindi l’abbracciò e lo condusse verso il bancone. Scansarono entrambi con un calcio le stelle ossidate sul pavimento e entrarono nel retrobottega. Mario gli offrì diciottomila euro in contanti – tasse incluse - con la promessa di dire a tutti che era stato lui stesso a vincere. Gerri, per quietanza, gli offrì la mano destra e il più bel sorriso che aveva in serbo da due settimane. Spinse i soldi in fondo alle tasche della giacca e s’infilò alcune banconote nella molla dei pantaloni. Indossava ancora il pigiama e le pantofole, così, in modo discreto s’infilò nella stradina del ritorno. Camminava, mentre il letto d’ospedale, le flebo e il dubbio sul tumore gli confondevano la mente. La medicina non è una scienza esatta, pensò. Se il caso è un adorabile infedele, che sia il denaro la sua amante preferita?

Il mattino seguente un vento freddo sulla nuca lo sorprese nel sonno. Stiracchiò qualche sillaba e poi vide l’ombra bianca dell’infermiera contro la finestra.
-E’ ora di alzarsi, Giobetti. Su’ che sono quasi le otto.
Rispose con un rantolo. Mentre schiudeva gli occhi, però, le mani correvano sotto il lenzuolo a cercare il bottino. Sentì la carta, e poi uno scroscio di felicita gli illumino il viso.
-Signorina – disse- ero un po’ stonato dalla notte scorsa.
-Avrà mica vomitato ? – lo apostrofò lei premurosa e un pochino preoccupata.
-No, ma , sa com’e’…
-E’ nervoso per l’operazione, la capisco, sa! – l’interruppe lei.
-Eh gia’ – rispose – visto che mi sono perso la colazione, le va di portarmi un caffe? – e lei incerta
– Non si potrebbe ma…
-Grazie – disse e provò a infilarle qualcosa in tasca. L’infermiera interruppe il suo gesto e esitando con la mano gli chiese il perché. Gerri strizzò l’occhio, le sorrise e disse
– Giocali, perchè magari un giorno… te ne andrai anche tu di qua.-
Lei all’inizio non capì, poi si voltò delusa, e liberandosi si diresse verso le scale.


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